Dei fallimenti

Il primo incontro con l'alta Val Maira non è stato tra i più fortunati.

Se dovessimo giudicare le vite dei nostri amici unicamente da ciò che pubblicano sui social media li crederemmo sempre in viaggio per il mondo in luoghi da sogno, belli come divi dello star system e pieni di successo. Purtroppo (per loro), senza i filtri di Instagram, la vita è spesso a colori meno vividi di quello che diamo a vedere all’esterno; buona parte del tempo è impegnato in un susseguirsi di azioni quotidiane che hanno più i toni di grigio della monotonia che le tinte sature delle imprese memorabili.

Questo blog, con la sezione fotografia, non fa eccezione.
Le immagini pubblicate sono solo una parte degli scatti che l’otturatore della mia povera macchina ha dovuto sopportare: dietro ogni fotografia più o meno decente ce ne sono molte altre che non lasceranno mai il mio hard disk (per non citare quelle direttamente cancellate in fase di scrematura) e le scarpinate al chiaro di Luna che racconto sono quelle coronate da successo.

Nessuno è solito raccontare l’ordinario, tanto meno i propri fallimenti. Nella vita privata come nella ricerca scientifica tendiamo a nascondere gli insuccessi dando rilievo a ciò che è riuscito bene, a ciò che funziona, dimenticandoci spesso che è dai primi che acquisiamo l’esperienza per progredire.

Quando cerco di realizzare un panorama notturno faccio in modo di aver le maggiori probabilità di riuscita: mi equipaggio adeguatamente, scelgo il luogo con il dovuto anticipo e lo studio (almeno) sulla carta, confronto l’impresa con le mie possibilità, valuto le previsioni meteorologiche per avere più chance di trovare un cielo sereno al mio arrivo. Ma non sempre tutto va secondo i piani: in alcuni casi – nonostante la pianificazione – mi sono trovato immerso nelle nubi senza possibilità di vedere a un metro di distanza. O peggio.

Di un fallimento avevo già scritto qui – una manciata di righe buttate giù alle 5 del mattino di rientro da una spedizione al Col del Nivolet che aveva portato nessuno scatto decente e molti danni all’attrezzatura fotografica. Quella prima esperienza negativa mi ha sbattuto in faccia l’ovvietà che se si fa inevitabilmente si può sbagliare, ma è dall’errore che si possono trovare le soluzioni per evitare che la storia si ripeta.
Ciononostante, un episodio del tutto analogo mi è ugualmente capitato durante il workshop alle Canarie lo scorso autunno (in quel caso – per fortuna – senza conseguenze disastrose), segno che da certe esperienze forse impariamo meno di quanto dovremmo, e con la sola testardaggine non si va molto lontano.

Di tutte le variabili in gioco, il meteo è la meno controllabile. Certamente si possono leggere le previsioni e studiare le immagini satellitari per avere un’idea di massima, ma in alcuni casi – soprattutto in montagna – le condizioni del cielo sono altamente localizzate e cambiano velocemente nel corso della notte: una serata nuvolosa potrebbe aprirsi giusto per il tempo necessario a realizzare lo scatto progettato.
Per questo motivo – piuttosto che rimandare in attesa della giornata perfetta – ogni tanto rischio, e mi è capitato trascorrere tre ore e mezza di viaggio in automobile e quasi altrettante di camminata per poi trovarmi a passare la notte all’addiaccio cercando riparo dalla pioggia sotto lo striminzito spiovente di una baita.

Il Parc National du Mercantour è un luogo davvero meraviglioso, ma forse le condizioni meteorologiche non erano le più propizie.

Ci sono poi eventi unici, come un transito planetario o un’eclissi. In quei casi l’unica cosa da fare è tentare a prescindere, anche se le previsioni meteorologiche sono avverse, ben sapendo nel caso che le probabilità di riuscita sono basse.
Questa mattina, ad esempio, da un ben preciso punto d’osservazione sarei stato in grado di fotografare il tramonto della Luna piena dietro il Monviso e assieme al paese di Santa Vittoria d’Alba, un evento che si ripeterà soltanto tra qualche anno. Nonostante le previsioni il cielo era sereno, ma tutt’altro che limpido: il risultato della mia levataccia è stato – purtroppo – la brutta immagine qui sotto.

Santa Vittoria d’Alba è lì, la Luna si intravvede. Del Monviso – invece – non c’è traccia.

Due o tre anni di attesa sembrano tanti, ma in realtà passano in fretta se ci si concentra su altri soggetti; e per fortuna la scelta è ampia. In futuro ci saranno sicuramente condizioni migliori.

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One thought on “Dei fallimenti

  1. Monica 14 marzo 2017 / 6:33

    Hai ragione Emanuele, dai fallimenti si impara e ogni tanto ti lasciano qualcosa di bello….

    Mi piace

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