Arrived

arrival

A giusto due settimane dall’uscita nelle sale italiane (e quindi con svariati mesi di ritardo rispetto al resto del mondo) ho finalmente visto Arrival, il film basato sul racconto Storia della tua vita di Ted Chiang e già presentato lo scorso autunno alla Mostra del cinema di Venezia.

Ciò che segue però non vuole essere una mia recensione seria della pellicola: ammesso e non concesso che io sia capace di tanto (suggerimento: non lo sono) mi manca la voglia di mettermi a pensare a qualcosa che sia anche lontanamente completo e coerente in merito. A ciò si aggiunga il fatto che la rete è già piena di recensioni ben fatte; se siete troppo pigri per digitare nella barra di ricerca di Google eccone una qui e qui un’altra.

Ciò che segue, invece, sarà un po’ recensione del film, un po’ critica alla trasposizione dal racconto, un po’ riflessione su cosa vuol dire fantascienza in generale e in particolare per la Hollywood di oggi, un po’ non so. Pertanto proseguite la lettura a vostro rischio e pericolo, ché io vi ho avvisati.

Ah, ci saranno spoiler, molti spoiler. È inevitabile.

Comincio dalle conclusioni: secondo me Arrival è un discreto film di fantascienza. Questo giudizio è la media pesata di due estremi: da una parte ho la netta sensazione che sarebbe potuto essere migliore, d’altro canto ho anche la certezza che sia il massimo realizzabile dal (semi) main-stream cinematografico attuale.
Forse, parte delle mie critiche nei confronti del film derivano probabilmente dal conoscere il racconto, fattore che a detta di molti – invece – non è stato affatto un ostacolo alla fruizione della pellicola.

Se volessi fare un riassunto del film – una pessima imitazione di Lietta Tornabuoni, quando ancora per decidere cosa fare la domenica pomeriggio si apriva la penultima pagina de La Stampa – scriverei qualcosa del tipo:

Dodici astronavi aliene compaiono senza preavviso sulla Terra e la linguista Louise Banks è chiamata a cercare di stabilire un contatto studiando le forme di comunicazione dei nuovi arrivati. Nell’imparare la scrittura aliena poco alla volta si rende conto di poter vedere il futuro: le viene rivelato il vero motivo della comparsa delle astronavi e risolve la crisi planetaria in corso.

Chi abbia visto il film (o letto il racconto) sa bene che nella sinossi qui sopra manca qualcosa di fondamentale: il rapporto di Louise con sua figlia. Che io possa omettere questo particolare tutt’altro che trascurabile senza snaturare troppo la storia secondo me è il più grande difetto di Arrival.
In apertura, si ha la carrellata di scene nascita/crescita/malattia/morte della figlia che sembra essere una semplice introduzione al personaggio di Louise: un’affermata linguista che cerca di superare il lutto per la perdita recente della figlia; in coda, arriva la rivelazione che invece tutto ciò che si era visto all’inizio doveva ancora accadere. In mezzo, il film di fantascienza à la Hollywood, quello con astronavi aliene e crisi mondiali, con giusto un paio di situazioni a rafforzare la falsa idea inculcata a inizio film (il dialogo al telefono con la madre, l’attimo di esitazione ad hoc dopo la domanda del medico militare “incinta?”).
Sembra quasi che le cose siano disgiunte, che la pellicola funzioni anche senza capo e coda. Le visioni che Louise ha, i ricordi di eventi che ancora non si sono verificati, sono solo un effetto collaterale del dono che gli eptapodi hanno fatto attraverso la loro scrittura, non il centro della storia. Da una parte la fantascienza, dall’altra i sentimenti.
In quest’ottica è piuttosto eloquente una frase dei produttori del film, che afferma:

“… because it’s sci-fi on the surface, but there’s so much going on at a deeper, more emotional level.”

Dan Levin

(perché è fantascienza in superficie, ma c’è molto [altro] a un livello più profondo, più emotivo)

Ora, io capisco che la concezione media odierna di fantascienza si esaurisca con il trittico Indipendence Day/Matrix/Transformers ma forse potremmo provare ad andare oltre, o no?
Perché fantasceinza non è robot, astronavi, viaggi nel tempo: quello al massimo è la cornice. La fantascienza invece parla (quasi) sempre di noi, del genere umano; e lo fa per estremizzazioni e parossismi, sottrazione e straniamento (il tema centrale della Sentinella di Fredric Brown non è la guerra con gli alieni, giusto?).

A cominciare dal titolo di Storia della tua vita, è invece chiaro come il rapporto tra Louise e la figlia sia il tema centrale del racconto. Chang esplora le conseguenze estreme dell’ipotesi di Sapir–Whorf, che mette in relazione la visione del mondo e il linguaggio, e lo fa ponendo di fronte a una linguista (e a un fisico) una civiltà aliena dalle caratteristiche peculiari. Sì, esatto: gli alieni sono una scusa; una scusa per parlare di fisica (cosa che nel film è stata completamente tagliata), linguaggio (ovviamente) e rapporti interpersonali.

Un’altra faccenda che mi ha fatto in parte storcere il naso è il fatto che alla fine debbano più o meno arrivare sempre tutte le risposte. Nel film, alla fine, tutto viene chiarito, ogni mistero svelato, compreso il motivo della comparsa degli eptapodi sulla Terra (ecco, a proposito delle navi che atterrano in dodici località diverse a portare il loro dono salvifico per l’umanità: possiamo per una volta evitare di tirare in ballo la tradizione cristiana? Come non detto, mi sono risposto da solo). Nel racconto no: come per tanti interrogativi nella vita reale, gli eptapodi se ne vanno senza aver rivelato il motivo della loro visita. Questo forse permette di concentrasi più sui ricordi di Louise e di sua figlia e meno su quella crisi planetaria inventata nel film “per far succedere qualcosa”; crisi tra l’altro risolta con il più classico dei loop temporali (in questo caso basati sui ricordi futuri di Louise).

Concludo con un appello a chi si è occupato del doppiaggio italiano: il generale Shang è cinese. Farlo doppiare da Haruhiko Yamanouchi, che è giapponese, e già voce di Ken Watanabe in film come Inception e L’ultimo samurai non mi è parsa una grande mossa. Ci sono persone che sanno distinguere le varie cadenze asiatiche; vogliate tenerne conto la prossima volta, grazie.

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