Diario canario / 1

alba-a-caselle

Andata

Una cosa non capirò mai dei viaggi in aereo: alcuni tipi di passeggeri.
Parlo di quelli che appena seduti al proprio posto si mettono a leggere in maniera compulsiva il giornale, una rivista o qualunque cosa capiti loro a tiro, quelli che – ficcatisi gli auricolari nelle orecchie – chiudono gli occhi e buonanotte al mondo, o che si lanciano in estenuanti partite a Candy Crush o varianti col piglio di chi è certo che stavolta riuscirà a battere il proprio record. Quel piccolo oblò a fianco, il finestrino, non lo degnano neanche di uno sguardo.

Ecco, io non li capirò mai perché sono esattamente l’opposto. Appena il rombo dei motori si fa più forte, breve preludio alla forza che mi premerà contro il sedile mentre l’aereo guadagna velocità per il decollo, smetto ogni attività in corso e mi metto a guardar fuori. Se sono lungo il corridoio tendo il collo per sovrastare la nuca del mio vicino alla ricerca di un angolino di visuale, ma se sono vicino appiccico il naso al finestrino come il più stupito ed entusiasta dei bambini alla prima esperienza su di un aeroplano.
Allora, per qualche minuto, scorgo le cime dei monti appena spruzzati di neve fresca e riconosco più in basso le valli che hanno ospitato le mie passeggiate notturne, finché il velivolo non buca il sottile strato di nubi e ci troviamo a planare su un oceano di soffici cavalloni bianchi. Quando ci rituffiamo al di sotto scopro il paesaggio diverso e sconosciuto della Spagna centrale, fatto di una miriade di appezzamenti dalle sfumature marroni, giallo e ocra: un costume da Arlecchino coi colori della terra.

Un secondo balzo e siamo sopra un Atlantico azzurro striato dal vento e solcato da cargo giganteschi, eppure minuscoli se messi a confronto con la distesa d’acqua che li circonda. E, là in mezzo, sette macchie scure, agglomerati di roccia forgiati dal magma espulso da uno dei punti caldi del mantello terrestre.

Se i primi due sono stati voli d’uccello, il terzo è più il balzo goffo del pollo, un breve salto a superare lo stretto di mare che separa Tenerife dall’isola di La Palma: neanche il tempo di rendersi conto che ci siamo staccati da terra che già ci posiamo.
Sì, sono arrivato.

E, incredibilmente, il mio bagaglio pure.

(continua)

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