Cieli (virtuali) di tutto il mondo

underTheDomeIPS2016(Questo sconclusionato articolo non sarebbe stato possibile senza il fondamentale contributo di una nota compagnia di bandiera d’oltralpe, che mi ha concesso svariate ore per godere della deliziosa ospitalità della zona partenze degli aeroporti)

A Varsavia si è appena concluso il congresso biennale dell’International Planetarium Society, che quest’anno ha visto più di 500 partecipanti provenienti da 49 diverse nazioni. In cinque giorni si sono succedute centinaia di presentazioni da parte di produttori di spettacoli fulldome, ditte e sviluppatori, ma anche – e soprattutto – interventi di planetaristi da tutto il mondo.
Per il congresso, il Planetario di Torino si è visto accettare ben tre proposal di interventi in diverse categorie, una delle quali tenuta con discreto successo dal sottoscritto all’interno della sessione riguardante big data e data visualization.

In occasioni come queste, le opportunità di confronto e discussione sono moltissime, e spesso si finisce il convengo con la testa piene di progetti da concretizzare e collaborazioni internazionali da sviluppare. Spesso, almeno per il sottoscritto, dopo l’evento deve passare qualche giorno, il tempo necessario a far passare l’euforia dell’incontro e sedimentare il turbinio di idee più o meno abbozzate prima di poter tirare le somme dell’esperienza e provare a ricavare qualcosa di sensato.

Qualche impressione a caldo, però, voglio provare a buttarla giù ugualmente, senza garantire nulla riguardo a completezza o sensatezza dell’elenco che seguirà.
Nel corso del congresso ho capito che non sempre è semplice sapere quali interventi seguire – essere presenti in due quando ci sono costantemente quattro sessioni parallele ti obbliga necessariamente a delle scelte – e gli speech dal titolo accattivante ogni tanto potrebbero anche essere delle boiate pazzesche – e viceversa.
Ho avuto per l’ennesima volta la riprova che l’inglese dei giapponesi è poco meno comprensibile di quello della vecchia guardia francese, a sua volta tallonato da vicino dall’inglese parlato dagli indiani (sull’incomprensibilità del mio inglese invece ci si potrebbero scrivere saggi innumerevoli: è hors catégorie).
Dar da mangiare a persone provenienti da luoghi così diversi è sicuramente un’impresa, ma riuscire a creare un cibo che sia gluten free, seafood free, pork free e vegan rischia di fare assomigliare pericolosamente la pietanza a un piatto vuoto.

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Facezie a parte, ci sono anche un paio di considerazioni serie.
Tra le diverse sessioni, quella intitolata Scientific data and visualization prevedeva la proiezione di alcuni dataset come il movimento dei cetacei e dei rapaci su scala globale, la presentazione di un modello volumetrico di Via Lattea basato su una simulazione di 150 miliardi di stelle con corretta luminosità, temperatura di colore e metallicità (tecnicismi a parte, quando ho visto il modello per la prima volta in cupola mi si è slogata la mandibola dallo stupore), la simulazione di interazione del vento solare col campo magnetico terrestre realizzata dal National Center for Supercomputing Applications per lo spettacolo Solar superstorms.
Tra questi poi c’ero anch’io, a raccontare dei modelli realtime di ammassi globulari basati sulle osservazioni del telescopio Hubble, realizzati col mio pc di casa nei finesettimana liberi. Ma non è tanto del mio complesso di inferiorità che volevo parlare, quanto degli spunti interessanti venuti fuori durante il question time (giuro che riuscirò a tornare a parlare unicamente italiano, in una settimana o due).
Ha davvero senso – ci hanno chiesto – mostrare i dati reali piuttosto che una rappresentazione artistica dell’Universo?
Certo che sì.

In prima istanza perché la realtà è molto più interessante della fantasia, e poi perché spesso mi capita, una volta finita una sessione in planetario, che qualcuno venga da me a dire “Bellissimo. Ma è tutto finto, giusto?“. Poter rispondere “no” a questa domanda, lasciando l’interlocutore di sasso, è una sensazione impagabile.
Inoltre, non è detto che la visualizzazione in cupola dei dati sia esteticamente meno appagante di una rappresentazione artistica del fenomeno, vedasi l’esempio del modello di Via Lattea citato poco sopra. Rendere i dati non solo comprensibili ma anche belli da vedere è un compito arduo, che però va affrontato seriamente se davvero vogliamo fare dell’edutainment e non semplicemente dell’entertainment.
Per quest’ultimo ci sono già Gardaland et similia.

Una mattina è capitato che nessuna delle sessioni proposte contenesse argomenti ad alto contenuto nerd: niente tecnologie di proiezione rivoluzionare, linguaggi di scripting innovativi o metodi di ripresa 3D a 360 gradi. Un po’ deluso dalla cosa ho cercato qualcosa su cui ripiegare e, incuriosito dal titolo, sono andato a sentire un intervento dal titolo “Active learning and the uses of confusion(!) in the planetarium”. È stata la scelta migliore che potessi fare.
L’affermazione provocatoria a inizio dell’intervento era che lo sforzo di creare lezioni lineari, accattivanti e facilmente comprensibili quasi mai paga a livello di apprendimento. Il problema è che queste vengono percepite come facili, e gli studenti hanno la sensazione di aver capito, anche quando non è vero.
Gli studenti non hanno teste vuote nelle quale riversare conoscenza, ma quando un alunno arriva in classe lo fa portandosi dietro tutto il suo bagaglio di conoscenze e preconcetti. Per cercare anche solo di fare spazio per qualcosa di nuovo in teste già piene, essere chiari e accattivanti non basta: serve generare un conflitto, serve portare confusione.
Se la lezione frontale viene vista dallo studente come una comunicazione da docente a studente (che tra l’altro è ciò che ci si aspetta: l’insegnante sa e insegna, l’alunno è ignorante e – a volte – studia), la confusione arriva invece con il confronto tra pari.
Innescare un dibattito tra studenti, una discussione con il compagno di banco, che potrebbe aver ragione  – ma anche no – allora diventa il primo e fondamentale passo per creare confusione da cui partire per provare a trasmettere qualcosa.
In quest’ottica, allora, sarebbe anche da rivoluzionare l’utilizzo dei planetari come strumento di educazione, che nell’uso quotidiano è ancora troppo vicino a una lezione frontale, o al massimo a una enorme dimostrazione della meccanica celeste, senza che vi sia un vero coinvolgimento dei ragazzi seduti al loro interno.

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