Tutta la conoscenza del mondo

vecchio e nuovo

In questi giorni, a Torino, si sta svolgendo il Festival dell’Educazione. Dato che l’argomento interessa da vicino il Planetario e le sue attività, questo pomeriggio mi sono trovato a seguire un workshop sull’aula del futuro e gli sviluppi sostenibili della multimedialità. E, come ogni tanto succede, le discussioni tra i partecipanti si sono rivelati quasi più interessanti dell’argomento principale.

Parlando di libri e libri elettronici, a un certo punto uno dei presenti è intervenuto sostenendo che ormai essi – in ogni loro forma – sono obsoleti, che una semplificazione della realtà ordinata in un fixed layout è ormai sorpassata dalla vastità del sapere al quale abbiamo accesso: date a un ragazzo uno spirito critico, un tablet e una connesione internet e sarà lui a creare da sé il libro delle proprie conoscenze.

Ora, io invidio l’ottimismo e la fiducia di costui nelle nuove e future generazioni, ma ho qualche serio dubbio sul fatto che le cose potranno funzionare così.

In primo luogo, il pensiero critico è ciò che la scuola italiana fallisce miseramente di formare, grazie al suo decrepito sistema di apprendimento per automatismi, dove il dato mnemonico appiccicato alla bell’e meglio in un angolo della memoria a breve termine è di fatto indifferenziato rispetto all’appropriazione – critica, appunto – di un concetto. Va bene, sto generalizzando, ma le piccole oasi felici sono merito dell’iniziativa di sparuti individui, non del sistema dell’istruzione in sé.
Questo anche perché il mestiere dell’insegnante è forse tra i più vituperati (a parte quello più antico del mondo), quando invece dovrebbe essere tutto il contrario. Mettiamola così: quanto vale (o dovrebbe valere) la professione di colui che in primo luogo avrebbe il compito di insegnarvi a pensare?

È assolutamente indubbio che oggi la conoscenza sia più a portata di mano che nel passato. Neanche troppo tempo fa, per poter poter possedere un libro bisognava prima esse proprietari di un gregge di pecore da scuoiare e dal quale ricavare la pergamena sulla quale un monaco amanuense avrebbe copiato, parola per parola, il contenuto di un libro precedente. Ora sono sufficienti poche decine di euro al mese per poter navigare (o volare, a seconda della pubblicità alla quale avete deciso di credere) attraverso miliardi di contenuti.
Il problema è che internet non è conoscenza. Internet è rumore. La tanto (giustamente) invocata neutralità della rete fa anche sì che chiunque possa riempirla di ciò che gli passa per la testa (il sottoscritto può persino tenere un blog!), ma destreggiarsi tra complottismi, mezze verità, omissioni o semplici bolle informative dovute ai motori di ricerca è un’impresa a dir poco titanica. Anche dotato di un pensiero critico e di una tenacia fuori dal comune, il singolo individuo impiegherebbe una vita intera su un solo argomento, unicamente per scoprire l’acqua calda un’altra volta. Abbiamo bisogno dei libri, perché nonostante possano essere ipersemplificazioni (magari pure parziali) della realtà, rappresentano con buona approssimazione il medio comun denominatore su un dato argomento, sono l’autorità alla quale facciamo riferimento per non mettere – di nuovo, e ancora – tutto in discussione dal principio. Se non ci piace il formato libro cambiamo pure, e passiamo all’ipertesto o a qualcos’altro, ma abbiamo bisogno di contenuti ordinati e di facile assimilazione, che sono certo un modello e una semplificazione della realtà, ma sono necessari per poter andare oltre, progredire. Internet non è questo.

Ora, immaginiamo che vi siano le condizioni ideali – pensiero critico e tablet e connessione e tutto – e che dunque abbiate in qualche modo accesso a tutta la conoscenza del mondo. Cosa manca? Ancora una cosa: la curiosità.
La curiosità è la spinta che vi fa gettare dentro la conoscenza e che vi sprona scavare sempre più a fondo, perché imparare è faticoso e l’essere umano in definitiva è un animale pigro. La curiosità dovrebbe andare a braccetto col pensiero critico –  e come questo dovrebbe essere coltivata nella scuola; perché una ferrari senza benzina non si muove e se non ha i freni si schianta alla prima curva.

Credo che la scuola dovrebbe incentivare la curiosità dove è presente e spronarla dove manca, perché la curiosità di ciascuno è parziale e spinge in direzioni diverse a seconda delle inclinazioni del singolo. La mia passione per l’astronomia non ha bisogno di stimoli: nessuno mi dice “studia!”. Lo faccio perché mi piace, ma dubito fortemente che, lasciato a me stesso, mi sarei messo a studiare latino o storia dell’arte (giusto per citare due materie a caso). Eppure, proprio dallo studio forzoso, ho imparato cose interessanti che magari avrei ignorato completamente (e in effetti, a metà liceo, girare per le città italiane e rendersi conto di poter leggere le iscrizioni latine all’interno delle chiese è stata una vera rivelazione e fonte di discreto orgoglio).
Di questo (che non è poco) ringrazio la malconcia scuola italiana del passato. Sperando e lavorando per una migliore scuola futura, con o senza libri di qualsivoglia formato.

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