È che voi uccidete la poesia

Alcune volte – sempre più di rado, purtroppo – capita che mi ritrovi a guardare le stelle.
Non una simulazione in ultra HD da planetario digitale, né l’osservazione potenziata di un telescopio da montare, bilanciare, collimare; solo i propri occhi, una manciata di altre persone e il cielo stellato.

In una di quelle occasioni, mi è stato chiesto: “ma tu che sa sai queste cose… “ ammetto di non ricordare esattamente quale fosse la domanda. Ricordo bene, invece, che la mia risposta è stata interrotta dallo stesso interlocutore con un “grazie, non importa. Non te la prendere, è che voi uccidete la poesia“.

Ovviamente a quel punto mi sono zittito.
Forse sì, un po’ offeso.
Chiusa la bocca, ho lasciato che altri della compagnia dessero aria alla propria, raccontando della Stella Polare, “la stella più luminosa, proprio sopra di noi” (sic!) e altre amenità del genere, che evidentemente avevano l’indubbio pregio di non intaccare l’atmosfera della serata. Dopo qualche minuto però, sbollita la prima reazione, ho cominciato a riflettere su cosa fosse andato storto.

Di primo acchito, ho pensato che il problema fossi io.
Se mi fate una domanda, non aspettatevi che la risposta sia un secco o no (sempre ammesso che io la conosca, ovviamente!). Di solito fornisco anche le argomentazioni, perché immagino che vogliate sapere anche il perché del sì o del no. Magari, invece di rispondere, cerco di sviluppare un ragionamento assieme a chi mi ha fatto la domanda, in modo che sia lui stesso a trovare la risposta che cercava. Certo, a volte – cioè, spesso – mi faccio prendere la mano, e la risposta argomentata rischia di diventare un tema, una tesina, un saggio con risvolti epistemologici, l’esposizione integrale dell’evoluzione del pensiero cosmologico dall’uomo di Neanderthal a Stephen Hawking. In questi casi uno sbadiglio megagalattico mette fine ai miei voli pindarici.

Ma c’è dell’altro.
Sempre più spesso si crede che la meraviglia debba necessariamente essere figlia dell’ignoranza, e si ha paura che la prima sparisca se si dissipa la seconda. Ci si comporta come il pubblico di un numero di magia, che rimane estasiato di fronte all’abilità del prestigiatore e si chiede ripetutamente come abbia fatto a estrarre un coniglio dal cilindro. Una domanda retorica, perché in realtà non vogliamo saperlo: temiamo che, una volta scoperto il trucco, sarà passato anche lo stupore.
Ecco: no (alcune volte riesco anche a essere breve).
Che io conosca la dipendenza dello scattering Rayleigh dalla lunghezza d’onda della radiazione elettromagnetica o sappia descrivere le reazioni chimiche responsabili del viraggio cromatico nelle foglie caduche non significa che non riesca ad apprezzare un tramonto o una passeggiata in un bosco d’autunno; così come leggere il commento alle terzine dantesche non sminuisce l’impatto emotivo e la grandezza dei canti della Commedia. Anzi, potrebbe anche accadere il contrario.

Da quando esistono persone che provano a raccontare la scienza a chi scienziato non è, i divulgatori si sono sempre arrovellati per trovare metodi con cui rendere allettanti argomenti altrimenti percepiti come noiosi. Hanno usato aneddoti, dimostrazioni pratiche, rappresentazioni teatrali, opere in musica, tabacchiere contenenti ragni vivi. L’arduo compito è quello di abbattere le mura che rendono contrapposti lo stupore e la poesia alla conoscenza scientifica, cercando di mostrare come indagare l’universo che ci circonda possa davvero generare meraviglia, non il contrario.

Dall’episodio di quella sera, spesso ho la tentazione di tenere la bocca chiusa. Non per offesa o ripicca, ma perché ciò che faccio per lavoro e passione è qualcosa di molto delicato: una mossa sbagliata e l’effetto è esattamente il contrario quello voluto. Che il mio sia un mestiere “difficile” non mi assolve dal fatto di farlo – a volte – male. Una volta stellata è già un spettacolo meraviglioso, e penso che io dovrei essere in grado di aggiungere meraviglia a meraviglia, non di ucciderne la poesia.
Ci proverò.

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